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Metabolizzazione 2015 e Auguri di Buon Natale

Si dice spesso, al ritorno da un viaggio, di dover metabolizzare a meglio l’esperienza appena vissuta. Me lo son sentito ripetere più e più volte, sopratutto al ritorno dai viaggi in Somalia, quando ci si scontrava in una dura e pesante realtà… Il 2015 è stato per me un anno di metabolizzazione. Sono stato assente parecchio dai Social, ho condiviso poche foto, scritto pochi articoli sul blog, ma nn per questo mi son fermato a fotografare. Ho viaggiato abbastanza, Romania Grecia Irlanda e non ultima la Mongolia, di cui sto facendo mie le emozioni vissute.

Irlanda
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Romania
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Grecia
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Il progetto in Somalia ( www.underthesamesky.me ) sta proseguendo, con l’associazione abbiamo portato l’apertura della scuola ad altri 15 bambini, formando due classi da quasi 100 bambini… Dopo gli scontri del 22 novembre la situazione sta ritornando alla normalità anche se la situazione è comunque critica. Malattie, causate dalla mancanza di acqua potabile e violenze stanno ritornando a spargersi nei campi profughi.

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Con la speranza che tutto possa ritornare alla tranquillità dei mesi passati e che con il progetto si possa continuare a regalare un po’ di cultura e una vita normale ai bambini dei Campi Profighi di Galakayo, Vi auguro un Felice Natale e un buon 2016.
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Buon 2015

Osservo continuamente la Borsa.. Camere… Rullini… Esposimetro… Filtri… Guanti, brrrr penso ai -15 gradi che mi attenderanno… Faccio la conta di cosa ho e cosa manca… Parto per l’ennesimo viaggio, la mia voglia di non essere qui ma altrove ha ancora vinto… La voglia di conoscere ed osservare persone nuove ha ancora vinto… Sono un debole, sono un perdente, quando combatto contro il viaggio non riesco mai a sopraffarlo…

Nei prossimi giorni sarò alla scoperta dei Carpazi, dove freddo e gelo saranno i miei compagni di viaggio e faranno indubbiamente da cornice a questa avventura.

Vi auguro un buon 2015 se non ci dovessimo più sentire…

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Somalia, fotograficamente parlando.

 Somalia- Halabooqad

Cammino per il campo per rifugiati di Halabooqad con Hashi, Abdueli e i loro fidati AK-47, di fabbricazione russa, più comunemente chiamati Kalashnikov, dal nome dell’ inventore. I fucili di Hashi e Abdueli sono di terza o quarta mano, hanno molti anni alle loro spalle, i calci in legno portano i segni di continui sfregamenti, lunghe incisioni date dalla stagionatura del legno sono state stuccate e riverniciate. Li trattano con riguardo e cercano di curarli al meglio, li smontano e li rimontano in continuazione, li controllano e prima di ogni uscita sbloccano la sicura e mettono un colpo in canna. E’ il loro attrezzo del mestiere e il loro lavoro è proteggermi.

Abdueli, durante la visita al campo

Abdueli, durante la visita al campo

Abdueli, 35 anni, il capo del corpo sicurezza del Gecpd, gestisce e controlla tutte le guardie e i guardiani del centro, mi confessa che non ama portarsi in giro il fucile, attira troppe attenzioni.
Hashi, 28 anni, alto un metro e 85 magro è sempre elegantissimo, indossa giacca e camicia come se si stesse recando in ufficio, il sorriso stampato in faccia e il dito sempre pronto a indicarmi se posso e non posso fare qualcosa, voci di corridoio dicono che ha anche il dito sul grilletto facile, ma per mia fortuna non ne ho avuto la prova.
I miei primi passi nel campo non sono semplici, continuo a guardarmi intorno, cerco di osservare e di notare la reazione della gente. Per mia fortuna e più probabilmente anche per via del mio abbigliamento e del mio aspetto, mi scambiano facilmente per un arabo.

Hashi, durante la colazione con the bianco nel campo di Halabooqad

Hashi, durante la colazione con the bianco nel campo di Halabooqad

La reazione ad ogni incontro è uguale per tutte le persone. Mi notano, le donne si coprono e gli uomini si fermano e mi scrutano. Si stupiscono e reagiscono interessati al mio “Assalamu alaikum”, sono molto attratti da me, quando chiedo loro come si chiamano e come stanno in lingua somala. Incuriositi si avvicinano a me e cominciano ad osservarmi più intensamente. Scambiano battute e fanno domande ai miei due accompagnatori. I bambini sbucano da ogni parti, qualcuno piange spaventato, mentre qualcuno mi sorride e si avvicina per toccarmi.
Amo osservare la gente e cerco sempre di avvicinarmi moltissimo alle persone, molte volte mi chiedono se non penso di essere invadente, ma ho sempre pensato che per conoscere qualcuno ( o per fare buone fotografie) bisogna avere tanta faccia tosta, compensata da moltissima umiltà, ovviamente senza dimenticare la buona educazione.
La loro cordialità e l’ospitalità mi ha permesso di visitare molte loro case, di partecipare alle loro colazioni e di vedere come realmente vivono.

Purtroppo per motivi di sicurezza,  le mie uscite nel campo sono state rare e brevi. Prima di partire mi ero prefissato una certa linea guida per realizzare delle fotografie della vita nel campo, ma per ottenere ciò avrei avuto bisogno di moltissimo tempo per far abituare le persone alla mia presenza.

Un bambino spaventato dalla mia presenza, viene girato dalla madre.

Un bambino spaventato dalla mia presenza, viene voltato a forza dalla madre.

 

 

 

analogicamente….

E’ stato come un colpo di fulmine, o più esattamente un ritorno di fiamma improvviso, ricordo ancora come se fosse ieri, quando da bambino utilizzavo la Olimpus Om di mio padre. Un soffice “Clack” premendo il tasto di scatto, un leggero “Stam” il rimbalzo dello specchio e un piu grugnesco “grrrr” per avanzare il fotogramma. 36 pose, colore bianco e nero, diapositive, all’epoca non faceva differenza per me, ero molto più atratto da ciò che vedevo nel mirino e dall’armonioso suono.
Negli anni in famiglia abbiamo accumilato un armadio pieno di ricodi cartacei, reali, da toccare e visionare. Quasi un secolo di fotografia, di attimi rubati o come preferisco poeticamente definirli “attimi di passato trasmormati in un futuro reale e continuo”.

Premetto che nn amo parlare di fotocamere (anche se ne sono apassionato) e menchemeno far differenza tra digitale e analogico. Ciò che leggerete è frutto di una mia personale sensazione.

Mi son riavvicinato all’analogico nello stesso momento in cui mi son messo a studiare fotografia. Più studiavo i grandi maestri della fotografia e più rimanevo affascinato da ciò che il bianco e nero e la pellicola riuscisserò a raccontarmi, incominciavo a comprendere come le imperfezioni di un’immagine mossa o con una forte grana ed ancora con linee storte, riuscissero ad essere il valore aggiunto di una fotografia.
Incomincia a chiedere consigli ad alcuni amici (Alberto, Gabriele, GianLuca, Paolo e ai ragazzi di Eurofotocine) e grazie alla loro supporto (per qualcuno anche sopportazione 😀 ) cercai di capire e comprendere un mondo fino a quel punto distante anni luce dalla mia fotografia abituale.

Sperimentazioni e una curiosità crescente, anche grazie all’amico Matteo, mi hanno portato ad allestire in un bagno, una camera oscura.
Il fascino dello scatto-sviluppo-stampo è  sicuramente la risposta alla classica domanda del “perchè la pellicola?”.
Ho notato in questi anni che il poter controllare, scegliere e toccare con mano un risultato, che andrò a catalogarlo e conservarlo più accuratamente, unito all’attesa dello sviluppo, mi permette di concentrarmi piu intensamente sul risultato finale, evitando tutte quelle distrazioni superflue che provo quando scatto con il digitale.

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Sparizioni e Apparizioni

Devo ammetterlo ultimamente sono un po’ scomparso, mi dispiace per chiunque mi abbia seguito in questi anni, ultimamente sono stato un po’ preso con il progetto Underthesamesky (http://underthesamesky.me/).

In Agosto ho avuto la fortuna di ritornare in Somalia e di poterla vivere piu intensamente di Dicembre.
In quei 40 giorni trascorsi, son accadute un sacco di cose, sono ritornato letteralmente bambino, ho disegnato e colorato insieme ai piccoli dei campi profughi,  ho giocato con loro a calcio, a basket, a saltar la corda e a far correre i copertoni. Sono addirittura diventato un loro maestro, per qualche ora ovviamente, ed ero gia fuso 😀 .
Mi sono divertito tantissimo e più passa il tempo e piu sono impaziente di tornarci.

Ovviamente in questo viaggio ho scattato moltissime fotografie, che tra pochissimo tempo (si parla di Dicembre, inshalla) saranno su il libro del progetto…

Vi lascio con un selfie, visto che ultimamente vanno di moda.

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ps- ci sarà una sorpresa… non solo io ho scattato delle fotografie… non vi dico altro 😀

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