Somalia, fotograficamente parlando.

 Somalia- Halabooqad

Cammino per il campo per rifugiati di Halabooqad con Hashi, Abdueli e i loro fidati AK-47, di fabbricazione russa, più comunemente chiamati Kalashnikov, dal nome dell’ inventore. I fucili di Hashi e Abdueli sono di terza o quarta mano, hanno molti anni alle loro spalle, i calci in legno portano i segni di continui sfregamenti, lunghe incisioni date dalla stagionatura del legno sono state stuccate e riverniciate. Li trattano con riguardo e cercano di curarli al meglio, li smontano e li rimontano in continuazione, li controllano e prima di ogni uscita sbloccano la sicura e mettono un colpo in canna. E’ il loro attrezzo del mestiere e il loro lavoro è proteggermi.

Abdueli, durante la visita al campo
Abdueli, durante la visita al campo

Abdueli, 35 anni, il capo del corpo sicurezza del Gecpd, gestisce e controlla tutte le guardie e i guardiani del centro, mi confessa che non ama portarsi in giro il fucile, attira troppe attenzioni.
Hashi, 28 anni, alto un metro e 85 magro è sempre elegantissimo, indossa giacca e camicia come se si stesse recando in ufficio, il sorriso stampato in faccia e il dito sempre pronto a indicarmi se posso e non posso fare qualcosa, voci di corridoio dicono che ha anche il dito sul grilletto facile, ma per mia fortuna non ne ho avuto la prova.
I miei primi passi nel campo non sono semplici, continuo a guardarmi intorno, cerco di osservare e di notare la reazione della gente. Per mia fortuna e più probabilmente anche per via del mio abbigliamento e del mio aspetto, mi scambiano facilmente per un arabo.

Hashi, durante la colazione con the bianco nel campo di Halabooqad
Hashi, durante la colazione con the bianco nel campo di Halabooqad

La reazione ad ogni incontro è uguale per tutte le persone. Mi notano, le donne si coprono e gli uomini si fermano e mi scrutano. Si stupiscono e reagiscono interessati al mio “Assalamu alaikum”, sono molto attratti da me, quando chiedo loro come si chiamano e come stanno in lingua somala. Incuriositi si avvicinano a me e cominciano ad osservarmi più intensamente. Scambiano battute e fanno domande ai miei due accompagnatori. I bambini sbucano da ogni parti, qualcuno piange spaventato, mentre qualcuno mi sorride e si avvicina per toccarmi.
Amo osservare la gente e cerco sempre di avvicinarmi moltissimo alle persone, molte volte mi chiedono se non penso di essere invadente, ma ho sempre pensato che per conoscere qualcuno ( o per fare buone fotografie) bisogna avere tanta faccia tosta, compensata da moltissima umiltà, ovviamente senza dimenticare la buona educazione.
La loro cordialità e l’ospitalità mi ha permesso di visitare molte loro case, di partecipare alle loro colazioni e di vedere come realmente vivono.

Purtroppo per motivi di sicurezza,  le mie uscite nel campo sono state rare e brevi. Prima di partire mi ero prefissato una certa linea guida per realizzare delle fotografie della vita nel campo, ma per ottenere ciò avrei avuto bisogno di moltissimo tempo per far abituare le persone alla mia presenza.

Un bambino spaventato dalla mia presenza, viene girato dalla madre.
Un bambino spaventato dalla mia presenza, viene voltato a forza dalla madre.